19/01/2024

Entomia: nuove prospettive per l’ecologia della mente e dell’ambiente

Mario Betti

Entomia: nuove prospettive per l’ecologia della mente e dell’ambiente

Il testo è stato pubblicato su: “La Sinfonia della Natura. Le parole di Mèlosmente”, a cura di Sonia Cortopassi e Marco Rovelli, Tarka Edizioni, Mulazzo (MS), 2023.

Premessa.

Viene presentato il testo dell’intervento effettuato da Mario Betti, insieme ai suoi collaboratori, in occasione del Festival Mèlosmente che si è tenuto al Teatro Puccini di Torre del Lago il 24 e 25 settembre 2022.

 

Che cos’è l’entomia.

L’entomia è una disciplina psico-corporea che ci guida a esplorare il mondo che è fuori e dentro di noi, attraverso prospettive inusuali. Prende ispirazione da antiche tradizioni sciamaniche, rivisitate alla luce delle più recenti conoscenze psicoterapiche e neuro-scientifiche. Grazie al contributo di Satyamo Hernandez, è stato possibile sviluppare una serie di musiche e di coreografie che vanno a integrare e connettere la disciplina entomica con il teatro e la danza.

Questo nome -“entomia”- richiama un altro termine -“entomologia”- che fa riferimento allo studio di un gruppo specifico di piccoli animali ed, in particolare, agli insetti.

Tuttavia, l’entomia non è entomologia, non studia cioè i piccoli animali, intesi in una prospettiva zoologica, come entità oggettive che vivono ed agiscono in una realtà a noi esterna. Piuttosto, l’entomia esplora lo spirito dei piccoli animali che si manifesta in noi e che trova spazio ai confini del nostro ego e della nostra coscienza ordinaria. In altre parole, si fa riferimento non tanto agli animali in senso biologico, quanto ai vissuti di noi umani quando entriamo in risonanza con loro.

Si tratta di uno studio fenomenologico dei vissuti umani visti nel loro contesto naturale e cosmologico. Questo ci spinge a riflettere sul rapporto fra l’esperienza soggettiva e il senso della realtà esterna. È la mente umana che dà forma al cosmo o è il cosmo che dà vita all’umano? Intorno a questa diatriba si continua a dibattere fin dalle origini del pensiero filosofico e scientifico.

L’antropologo americano Carlos Castaneda ha studiato e praticato le tecniche sciamaniche degli Yaqui, una popolazione pre-colombina stanziata fra il Messico e l’Arizona. Egli ci parla dei “passi magici”, antiche tecniche psico-corporee (oggi codificate sotto il nome di “tensegrità”) che ci permettono di avviare un cammino di trasformazione interiore. I passi magici mirano a scardinare i condizionamenti della vita profana, ampliando le nostre prospettive e modificando il nostro modo di percepire la realtà (Castaneda, 1996). Alcune di queste tecniche s’ispirano a piccoli animali invertebrati, quelli che noi guardiamo con disprezzo e ripugnanza: insetti, aracnidi, crostacei ed altri da noi distanti sulla scala filogenetica.

Secondo gli sciamani dell’Antico Messico, per avviare una trasformazione repentina dello stato di coscienza e innescare un salto di livello esistenziale, occorre contattare l’essenza dei piccoli animali. Questo insegnamento, che si trova accennato nei libri di Castaneda, come una divagazione gettata lì per caso, lascia trapelare qualcosa di enigmatico: quasi il cenno fugace ad una dottrina misterica. Ciò colpì la mia immaginazione (si parla ormai di una trentina di anni fa!).

Cominciai a rimuginare: perché per fare un salto di livello bisogna toccare l’essenza di questi piccoli animali? Toccare l’essenza di scarafaggi, ragni, scarabei…? Che significa? Già solo l’idea suscita un senso di fastidio e di imbarazzo. Mi misi a frugare nella mente ma, più che pensare, cominciai a praticare, cercando di approfondire i “passi magici”. All’improvviso la risposta mi fu chiara: stabilire un contatto con l’essenza di un piccolo animale, significa entrare in risonanza con un’essenza che è anche dentro di noi.

 

La risonanza cosmologica.

L’aspetto centrale della pratica entomica è rappresentato dalla “mimesi”, ossia dalla visualizzazione e dall’esecuzione, concreta e corporea, di una serie di movimenti che si richiamano a un determinato animale

L’atto della “mimesi entomica”, ossia dell’immedesimazione psichica e corporea con quell’animale che più ci suscita turbamento (o anche fascinazione), consente di fare “un agguato a sé stessi” e di rompere i condizionamenti sociali che c’incatenano.

L’agguato è un’azione fuori dell’ordinario, uno scossone che spezza il potere delle nostre abitudini e delle nostre ossessioni. Il contatto intenso con il piccolo animale che ci suscita disprezzo e ripugnanza, ci mette in rapporto con una parte di noi che rifiutiamo e che non vogliamo sentire. In questo modo possiamo liberare l’energia impiegata per bloccare questa parte rimossa, trasformandola ed integrandola. Questo processo ci permette di ampliare il nostro stato di coscienza e ci guida ad aprire un varco nelle pareti invisibili che ci stringono, ossia che limitano il nostro modo di sentire e vedere il mondo.

Gian Paolo Del Bianco e Niccolò Ferrari (2023) ci parlano del “potenziale terapeutico nel rapporto uomo-natura”; spiegano che la pianta medicinale, con il suo “fitocomplesso”, è inserita in un contesto più vasto, che coinvolge anche noi e la nostra esperienza personale. Tant’è vero - dice Del Bianco - che quanto più si “parla” con la pianta tanto più la pianta “risponde”: ci risponde con le sue virtù terapeutiche, ma non solo. Ci risponde anche con un linguaggio suo proprio che si può imparare a percepire e che non è fatto di parole dettate dal pensiero discorsivo ma è fatto di comunicazioni più sottili, quasi indescrivibili: di intuizioni appena percettibili.

E gli insetti? In realtà gli insetti e gli altri piccoli animali non c’è bisogno di andarli a cercare, sono loro che ci continuano a cercare. Siamo circondati da un piccolo mondo che sentiamo estraneo, che spesso ci dà fastidio, che ci rende aggressivi e intolleranti. Secondo certi “scienziati”, alcuni insetti (le mosche, le zanzare) andrebbero addirittura sterminati: “che ci stanno a fare nel mondo?”

Ecco che l’idea del “fitocomplesso”, che si allarga fino ad abbracciare un più vasto “complesso naturale”, ci spinge a riflettere sulla delicatezza delle connessioni cosmologiche che ci avvolgono. È sorprendente come questi esserini avvertano la nostra presenza e ci continuino a cercare.

 

Le mosche ci cercano.

La mosca, la fastidiosissima mosca, è stata definita “animale sinantropo”, ossia “animale che vive insieme con l’uomo”. Dove sta la mosca sta l’uomo e dove sta l’uomo sta la mosca. La mosca: un essere “schifoso” oltreché fastidioso e repellente. Che cosa ha a che vedere con l’uomo? La mosca è sporca, sta nel sudicio, poi passa il tempo a pulirsi, a strusciarsi con le zampette per nettarsi e per purificarsi. È entrante e ci cerca in continuazione, ci stuzzica, non ci dà pace. È forse diversa la mosca dall’uomo, sotto questi aspetti?

Esiste un disturbo mentale detto “rupofobia”, che è la paura dello sporco e del contagio. La persona si sente continuamente imbrattata o infettata, per cui sta sempre a pulire se stessa o il suo spazio domestico, in modo incessante e ripetitivo: si parla di “ablutomania”. La mosca si sporca e si pulisce in continuazione, poi sta sempre a disturbare gli altri e vive dove vive l’uomo. E allora: cosa c’è di comune fra l’uomo e la mosca? Cosa ci può insegnare la mosca?

Lo stesso si può dire di altri insetti, come la zanzara o lo scarafaggio.

Immagino che molti abbiano in mente qualche piccolo animale, soprattutto se invertebrato, che non solo ci cerca ma ci assilla e ci comunica sensazioni emotive molto forti.

Una partecipante nel pubblico: «Io sono angosciata dalle cimici… me le trovo sempre in casa, fra gli indumenti, anche nei pantaloni… e poi che schifo! Scricchiolano».

Commento: «Mamma mia, sono terribili! Scricchiolano perfino…».

Un altro partecipante: «Io le mosche le adoro».

Commento. «È interessante vedere come le sensazioni possono variare da persona a persona. Certamente non tutti adorano le mosche, per molti sono insopportabili e spregevoli. Così come le cimici, che s’introducono dappertutto».

Interventi dal pubblico: «Non sopporto le farfalle…». «Io le zanzare…».

Commento: «La farfalle sono terribili! Quanti di voi adorano le farfalle, invece?».

Risposta dal pubblico: «Dipende…».

Commento: «Già, “dipende”: risposta saggia… Come la canzone degli Jarabe de Palo: “Dipende, da che dipende? Da che punto guardi il mondo”, ossia tutto dipende dalla prospettiva che assumiamo.»

Generalmente gli effetti più coinvolgenti sono scatenati dai piccoli animali invertebrati. È vero che ci sono anche alcuni vertebrati che suscitano vissuti altrettanto disturbanti (per esempio, i serpenti, le rane, i topi…) ma gli invertebrati penetrano più sottilmente nella nostra interiorità, comunicando emozioni intense e acute. Possono essere sensazioni negative - come lo schifo e la ripugnanza, fino all’orrore - o anche gradevoli – come la compassione, l’incanto, addirittura il fascino. Qualcuno è stimolato dalle cimici, qualcuno dalle zanzare, qualcuno dalle farfalle.

Talora uno stesso insetto può suscitare esperienze differenti a seconda dell’osservatore. Le farfalle, come abbiamo visto, per molti sono creature leggiadre e armoniose, mentre per altri sono esseri inquietanti e angoscianti. Come mai le farfalle, così belle per alcuni, possono inorridire altri? Ci sono poi persone che le adorano così tanto che vanno a caccia di farfalle per poi trafiggerle e conservarle. Sono gli adoratori più folli e ambivalenti: i collezionisti di farfalle, brava gente, per carità!

La farfalla compie un lungo percorso di metamorfosi. Nasce come bruco, che altro non è che la larva della farfalla, si chiude nel bozzolo dove attraversa i vari stadi della crisalide, per poi aprirsi al mondo nella sua forma matura e dispiegare le ali al cielo.

Questi piccoli animali ci possono comunicare cose importanti rispetto alle nostre difficoltà interiori (non soltanto esteriori). Per esempio, abbiamo paura di una farfalla ma forse ciò che ci terrorizza è quello che dentro di noi rappresenta la farfalla.

Che cosa è per noi la farfalla? Che cosa è per noi la zanzara? E lo scarafaggio? O la cimice?

 

La guardiana della soglia.

Le zanzare appaiono terribili a molti di noi. E se vi dicessi che le zanzare sono per noi dei maestri? Come la prendereste questa affermazione? Sembra un po’ assurda, non è vero?

La zanzara ha una strana capacità, quella di cogliere il passaggio da uno stato di coscienza a un altro. Provate a pensare al momento in cui siete a letto in attesa di assopirvi. Nell’istante in cui state per addormentarvi, ecco la zanzara che vi risveglia col suo inquietante ronzio. È come se vi segnalasse che state passando dalla coscienza di veglia a quella di sonno.

Si narra che un maestro Zen, con una bacchetta, colpiva sulla spalla i giovani monaci per risvegliarli nel momento in cui si stavano addormentando precludendosi di entrare nello stato di meditazione. Tutti coloro che si sono cimentati in pratiche di rilassamento o di meditazione sanno, infatti, che è molto facile, soprattutto le prime volte, scivolare nel sopore e nel sonno. Nello stato meditativo bisogna, invece, mantenere la vigilanza. Mi permetto quindi di lanciarvi un suggerimento che può sembrarvi un po’ strano. Se sopraggiunge una zanzara mentre vi state per addormentare, anziché lasciarvi assalire dall’insofferenza, cogliete l’attimo e siate consapevoli che vi trovate in quella delicata fase di passaggio fra la veglia e il sonno.

Commenti dal Pubblico: «Può darsi, però la zanzara punge». «Se ne ammazziamo una poi ne arrivano altre, sempre più numerose. Diventa una guerra continua: tutta la notte a cercare di schiacciare zanzare».

Risposta: «Certamente le punture irritano, lasciano sulla pelle pomfi pruriginosi. Però, se le lasciamo pungere senza accanirci in una lotta all’ultimo sangue, non è che infieriscono più di tanto. Infieriscono se si sentono combattute. Perché le zanzare sono come tanti corpi in un’anima unica. Se io schiaccio una zanzara, è come se colpissi una persona in una parte del suo corpo: il dolore si tramette a tutto l’organismo determinando una reazione globale, che finisce per coinvolgere tutte le altre parti del corpo. Questo spiega perché se schiaccio una zanzara si scatena una reazione collettiva».

Se riusciamo a tollerare qualche puntura senza reagire in modo violento, anche l’azione della zanzara sarà meno drammatica. Del resto il sangue è ciò che serve alle femmine per nutrire i loro piccoli. È ciò che facciamo anche noi umani quando alimentiamo i nostri figli con sostanze presenti nella natura.

Se, invece, ci comportiamo con violenza, le zanzare arrivano a frotte. Addirittura si organizzano. La loro è una strategia in ordine sparso, apparentemente disordinata. È una strategia differente, per esempio, da quella delle api o delle vespe, che arrivano in formazione più ordinata, come squadriglie di aerei. Si può dire che ogni tipo di insetto presenta delle modalità peculiari di comportamento, che possiamo ritrovare anche in noi stessi e che sono tipiche del nostro carattere. Se si comprende come agisce e come sente quel determinato insetto, si entra in contatto con aspetti di noi che ci condizionano, spesso senza che ce ne accorgiamo.

L'ombra dello scarafaggio.

Prendiamo lo scarafaggio. È un animale che tanti disprezzano: spesso è da noi calpestato e schiacciato, producendo quell’orribile crack che sentiamo ripercuotersi nelle fibre del nostro corpo. Perché lo detestiamo con questa acredine? Com'è lo scarafaggio?

Si invitano i presenti a rispondere.

Risposta dal pubblico: «È nero o marrone scuro.»

Commento (in tono scherzoso): «Che cosa terribile!»

Altre risposte: «È liscio e lucido, è fragile...»

Commento: «Cosa insopportabile… ma lo è veramente?»

Proseguono gli interventi del pubblico: «Ha paura, si acquatta e si rifugia con rapidità in qualche anfratto, appare e sparisce, frequenta luoghi sporchi».

Commento: «Sono queste le caratteristiche che ci turbano e che non riusciamo a tollerare? Tutti gli esseri con queste caratteristiche sono spregevoli? Vi è mai capitato, nella vostra vita, di sentirvi in imbarazzo, di temere che gli altri vi giudichino sporchi, inadeguati, magari neri o fragili?».

Sappiamo che il “diverso”, anche fra gli umani, a volte suscita sensazioni di rifiuto che è difficile tenere a freno. Questo non ci piace, ci fa sentire in colpa. Il nostro giudizio morale c’impone di pensare che “ciò non va bene, non è eticamente corretto…”, ma talora un moto d’intolleranza ci assale dentro, nostro malgrado.

Proviamo a pensare che tutto il nostro disprezzo verso lo scarafaggio - schifoso, spregevole, fastidioso, nero, sporco… - in realtà lo stiamo scaricando sul nostro scarafaggio interiore. Cioè su quella parte di noi che, in qualche momento della nostra vita, si è sentita intimorita dal giudizio degli altri. Magari è accaduto in età adolescenziale, quando sentivamo il corpo che cambiava, quando perdevamo le nostre sicurezze per aprirci ad una realtà nuova e preoccupante. Quando sentivamo che le nostre forme mutavano e non sapevamo se le nuove fattezze erano adeguate alle aspettative del mondo. Magari, passando per strada, avevamo l’impressione che gli altri ci guardassero e ci denigrassero: “Oddio, chissà che cosa pensano di me, mi guardano, come cammino, come mi muovo…”. Forse noi sbirciavamo di sottecchi se davvero “loro” ci guardavano. Magari non ci guardavano per niente o forse anche sì. Ma l’angoscia era forte. E come si reagisce? Dopo un po’ si cerca di non pensarci: “No, non pensiamoci… tanto se pensano male di me a me non me ne frega nulla” - e quando uno dice “non me ne frega nulla” vuol dire che gliene sta fregando assai. Allora si cerca di cacciare via queste idee (“non ci devo pensare!”) e di sospingerle in uno spazio buio, in quello che gli psicoanalisti chiamano inconscio (e che inconscio non è mai del tutto), in modo da non sentirle più. Si parla di “rimozione”. Queste angosce finiscono così per stratificarsi  in qualche parte oscura di noi, della nostra mente e del nostro corpo. E qui rimangono come tensioni o blocchi, corporei e mentali.

Allorché ci sentiamo oppressi o non accettati, non graditi dagli altri, si tende ad incurvarci su noi stessi, a farci piccoli, per sfuggire allo sguardo giudicante degli altri. Così come fa lo scarafaggio quando si nasconde o si acquatta repentino. Si tende ad assumere una posizione di chiusura, incurvando il corpo in avanti, incassando il collo fra le spalle, cercando di affondare all’interno di noi. È una posizione archetipica, che evoca l’intenzione di scomparire, di sottrarsi allo sguardo altrui. Ed è proprio questa la posizione entomica dello Scarafaggio. Nell’assumere questa postura, questo atteggiamento ripiegato in avanti, si evoca un vissuto d’imbarazzo e di vergogna: è il movimento archetipico del “nascondersi” o del “rifugiarsi”.

Al tempo stesso, però, la paura degli altri si mescola e si fonde col desiderio opposto: quello di mostrarsi. Allora si sbirciano di sottecchi i presunti persecutori, si cerca di controllare se veramente ci osservano, se si interessano a noi. Queste pulsioni contrapposte e conflittuali si ritrovano tutte nella forma entomica dello Scarafaggio. L’esecuzione di questa tecnica ci guida a cogliere con consapevolezza i nostri disagi e le nostre paure, per poterle poi trasformare e liberarci.

Ma torniamo al ricordo di quella volta che ci siamo sentiti scrutati e derisi dagli altri. Il primo impulso è stato, come si è detto, quello di ripiegarsi su noi stessi, di scomparire. Però, in questo modo, si sarebbe mostrato la nostra fragilità e la nostra inadeguatezza. Sarebbe stato come sottomettersi allo sguardo altrui. È la vergogna della vergogna! Allora si mette in atto un contro-movimento che ci spinge a restare sollevati e ad irrigidirsi in modo innaturale. Si eseguono gesti stereotipati e impacciati. Si tende ad assumere posture e atteggiamenti condizionati dai giudizi della società, che spesso sono incoerenti e contraddittori. Una ragazza deve apparire attraente ma non mostrarsi tale per non sembrare una poco di buono; il maschio non deve mostrarsi dolce per non apparire effeminato, ma neanche rude per non sembrare un bullo. Insomma non c’è scampo, un giudizio c’è sempre: come si fa si sbaglia! Questi giudizi si stratificano nel corpo a nostra insaputa. Con il tempo possono insorgere contratture e tensioni alle spalle, alla schiena, allo stomaco o in altri distretti corporei. Possono scaturire dolori, disfunzioni nei movimenti, fino a vere e proprie malattie psicosomatiche.

Che cosa succede quando vedo uno scarafaggio che, per l’atteggiamento e la postura, rievoca in me un’immagine spregevole? Per non riattivare un’antica sofferenza, con meccanismo rapido e inconsapevole, nego che quella turpitudine appartenga a me e l’attribuisco al piccolo animale innocente. In psicoanalisi si parla di meccanismo proiettivo. “È lui che fa schifo, guarda com’è orrendo... è nero, è brutto, scricchiola… è colpa sua… scappa veloce”. Questa espressione - “scappa veloce” – lascia intendere che non affronta le situazioni, che ha paura e si nasconde: si nasconde a se stesso”. Tutte queste “doti” – e parlo di “doti” non di “difetti” – in realtà appartengono a noi. Perché parlo di doti e non di difetti? Perché se accettiamo queste doti (di fragilità e di debolezza o anche di sporcarsi e di permettersi di mostrare paura) forse acquistiamo una maggiore capacità di empatia, di comprensione e di compassione verso gli altri. La nostra parte scarafaggio si arricchisce e allora, quando vediamo questo piccolo essere, non siamo più assaliti dall’orrore ma da un senso di vicinanza.

 

La cimice è vicina.

Intervento dal pubblico: «La cimice è anche troppo vicina; per me è un’ossessione, non mi dà pace… la trovo intrufolata nelle scatole, nei cassetti, dappertutto».

Commento: «Sulla cimice possiamo fare un discorso interessante. È un animale sorprendente, con risvolti complessi. Ma che cosa fa la cimice?»

Risposta dal pubblico: «Cerca… di trovarsi un rifugio…».

Commento: «Sì, ma cosa fa quando la vedi? Se tu non fai niente, la cimice che cosa fa?».

Risposta dal pubblico: «Rimane lì…».

Commento: «Rimane lì! Esatto. Altri insetti scappano, saltano addosso… ma la cimice no; resta lì».

Intervento dal pubblico: «Ma la cimice fa le uova, si moltiplica…».

Risposta: «Certo, ma quanti animali fanno le uova per moltiplicarsi? Perché la cimice terrorizza e, per esempio, un lombrico no? Che cosa c’è nella cimice che ci crea turbamento?».

Intanto riflettiamo su questo. Sa la guardiamo, lei resta lì tranquilla. Se le facciamo paura, l’aggrediamo o la schiacciamo, emette cattivi odori. Ma solo se si spaventa. È forse strano? È come se uno di noi, quando è terrorizzato se la facesse addosso ed emettesse cattivi odori. Provate ad avvicinarvi e a prenderla gentilmente, magari con un fazzolettino se non volete toccarla con le mani: vedrete che si lascia prendere. La potete accompagnare fuori e lasciare all’esterno, senza suscitare in lei fastidiose reazioni. Ma torniamo al nodo centrale. Che cosa c’è nella cimice che ci orripila? Non è certo il fatto che si moltiplichi o che fugga emettendo cattivi odori. Certamente ci sono altri fattori. Ne propongo uno come spunto di riflessione. La cimice è un animale che usa molto i suoi odori, non solo per nauseare i predatori e allontanarli ma anche come richiamo sessuale. Questo può suscitare e attivare in noi alcuni disagi e alcune paure. Per esempio, per una sessualità ambigua e, forse, violenta.

 

La mente che vola.

Veniamo alla farfalla. Che c’entra la farfalla con quello che abbiamo detto finora? Non è mica un animale sporco o nocivo. Vola. Forse un animale fa schifo perché vola?

Nell’Antica Grecia la “farfalla” era chiamata “psiche” (ψυχῄ). La parola “psiche” serviva per designare la nostra anima ma anche la farfalla. A volte la nostra anima o la nostra mente può farci paura perché ci porta lontano, ci fa perdere il contatto col terreno, ci può portare su strade che non conosciamo e che ci disorientano. Abbiamo l’esigenza di mantenere il controllo, il senso pratico, di essere presenti, con i piedi per terra.

È un messaggio chiaro: una persona che dice di aver paura della farfalla, forse ha paura che la sua anima voli troppo lontano, che la sua mente si perda in sentieri che non riesce più a controllare.

Permettiamoci allora di volare un po’ di più, di entrare in contatto con l’essenza della farfalla.

 

Un caso emblematico.

Domanda dal pubblico: «L’entomia viene usata anche come cura? In quali casi?».

Riposta: «I casi più sensibili al trattamento sono, ovviamente, le fobie per i piccoli animali. Anche altri quadri fobici, come la claustrofobia o l’agorafobia, rispondono in modo evidente; basti pensare, del resto, che alcune forme entomiche ci mettono a confronto con situazioni di chiusura e soffocamento (il grillo-talpa o insetto scavatore, il bruco-crisalide, il millepiedi, il tarlo) oppure ci fanno vivere situazioni di apertura e di fusionalità (ameba, insetto stecco). Ma anche sintomi fobici legati ad altri disturbi come, per esempio, la schizofrenia, hanno mostrato risposte soddisfacenti.

Domanda da pubblico: «Come si svolge il trattamento? Con quali risultati?».

Vi racconto un caso emblematico che dimostra l’efficacia e la rapidità della pratica entomica.

Un giovane uomo venne in ambulatorio: “Dottore, mi disse, io sono terrorizzato dalle mantidi”. “Come le mantidi?” - risposi. Mi aveva colpito il fatto che una persona giovane e in buona salute venisse a cercarmi per un problema con le mantidi. “Sa quegli insetti… le mantidi religiose”. “Beh sì, ma non sono così diffuse – commentai con apparente ingenuità – basta non andarle a cercare”. “No, dottore, non sottovaluti il problema: per me è un dramma. La mattina, quando esco di casa per andare al lavoro, se c’è una mantide nel prato di fronte o nel giardino del vicino, io la vedo subito e lei vede me. Devo chiudere immediatamente la porta e resto rintanato in casa per tutto il giorno. La ragazza mi ha lasciato, io rischio di essere licenziato per assenteismo… la mia vita è diventata un inferno”.

Intervento dal pubblico: «Accidenti, ma che cos’aveva, il periscopio al posto degli occhi, per vedere una mantide così distante?».

Risposta: «Quando una persona ha un’ossessione fobica per un animale, lo vede subito anche se è distante o nascosto in un pertugio! Ricordiamoci che la parola “mantide” deriva dal greco “màntis” (che significa: mago, indovino). La stessa etimologia si ritrova all’origine del termine “mantica” che designa una pratica di magia e suggestione. Effettivamente la mantide ha uno sguardo che ammalia e ipnotizza».

Le sessioni di entomia procedono seguendo precise fasi. Dapprima s’interagisce col soggetto per individuare l’animale fobico (o quello più significativo per lui). Nel nostro caso: la mantide. Poi s’invita a visualizzare l’animale e, con gradualità, a imitarne alcuni movimenti, fino ad immedesimarsi e identificarsi con esso. Questa procedura è chiamata “mimesi”.

Proposi, dunque, al mio cliente di eseguire la forma entomica della mantide, cioè di fare una serie di movimenti psicocorporei che permettono di evocare l’insetto e imitarne le posture. In un primo momento si mostrò contrariato e perplesso, poi accettò di provare. Mentre eseguiva i movimenti della mantide, cominciò a mostrarsi sorpreso e meravigliato: “Però! Non è difficile, Mi riesce… è piacevole, liberatorio”. Questa sensazione di sorpresa e liberazione, si verifica spesso allorché una persona si cimenta nell’esecuzione della forma di quello che per lui è l’animale fobico.

La settimana seguente, il mio cliente torna ed esordisce non queste parole: “Dottore, io sono venuto per rispettare l’appuntamento ma non so che cosa sono venuto a fare”. Rimasi per un momento interdetto. Forse avevo avuto fretta, proponendo la tecnica entomica troppo presto, senza aver prima consolidato la relazione terapeutica. Ma il giovane proseguì: “Adesso le mantidi non mi fanno più effetto… le vedo e mi lasciano indifferente”. “Forse – ribattei – sarebbe utile approfondire la situazione, cercare di comprendere meglio le cause sottostanti”.

In effetti la mantide è portatrice di significati potenti. È un simbolo della Grande Madre ammaliatrice e divoratrice, di cui parlano gli psicologi analitici, da Jung a Neumann. Si potrebbero ipotizzare vari fattori psichici o traumatici su cui indagare. Per esempio, un problema irrisolto con la figura materna oppure una difficoltà nell’orientamento sessuale o nell’identificazione di genere…

Ma il giovane mi anticipò, prendendomi in contropiede: ero venuto per risolvere un problema e ora si è risolto. Di “sfrugugliare” su queste cose non ho intenzione. La ringrazio di cuore e, se ho bisogno, so dove trovarla».

Ci salutammo cordialmente. Il sintomo si era risolto in un tempo così breve da lasciarmi sorpreso. Una fuga nella guarigione? Una difesa verso altre eventuali sofferenze? Non lo so. Certo è che questa rapidità si riscontra spesso nella pratica entomica. Forse il mutamento di prospettiva, ossia un cambiamento repentino del punto di vista, produce un ribaltamento radicale del nostro modo di vedere e sentire le cose, arrivando a sciogliere i nodi profondi che ci paralizzano.

 

Il Prospettivismo entomico.

La “mimesi” è il nucleo fondamentale del metodo entomico. Dobbiamo pensare che il piccolo animale che ci angoscia rappresenta una parte di noi che non vogliamo sentire. È presente sia fuori che dentro di noi.

Il mondo che noi vediamo è un mondo che noi stessi costruiamo. Ciascuno percepisce la realtà con la propria mente, con i propri occhi e con gli altri sensi. Se non avesse gli organi di senso non potrebbe visualizzarla la realtà esterna; perciò il mondo è qualcosa che trova la sua configurazione all’interno di noi. Al tempo stesso, però, noi ci sentiamo parte di questo mondo, come se il mondo fosse intorno a noi e noi fossimo un prodotto del mondo. Allora si pone un quesito: noi siamo dentro il mondo o il mondo che vediamo è dentro di noi?

Sono due prospettive diverse, apparentemente inconciliabili. Questo perché la nostra mente non è in grado di conciliare queste due prospettive. Il mondo fuori di noi ci contiene ma, al tempo stesso, noi conteniamo questo mondo. È una diatriba paradossale, ma ci aiuta con semplicità a capire tante situazioni.

Questo paradosso si può applicare a tanti fenomeni. Alla fitoterapia, per esempio: la pianta medicinale ha le sue virtù indipendentemente da noi o queste si manifestano all’interno di noi? Alla conoscenza dell’altro: l’altro lo percepisco in riferimento a me o al di fuori di me? E così è per gli insetti: l’animaletto che mi angoscia è esterno a me, o è la mia angoscia che si manifesta di fronte all’immagine dell’animaletto?

L’esercizio entomico ci permette di esplorare il mondo fuori di noi ma anche quello dentro di noi. Questo vale per lo scarafaggio come per la farfalla o per gli altri piccoli esseri.

In entomia non ci si limita ad osservare l’animale fobico, cercando di abituarsi alla sua presenza, come accade nella pratica comportamentista. L’atto d’immedesimazione va agito nel corpo, deve coinvolgere la postura e i movimenti. Se ci si flette in avanti, come prima descritto, si evoca in noi l’imago (ossia l’immagine interiorizzata) dello scarafaggio. Con questa postura, si cerca di nasconderci, di sparire alla visione di noi stessi o degli altri che presupponiamo ci stiano guardando. Lo dirò meglio: cerchiamo di sottrarci a noi stessi che, attraverso gli altri, ci stiamo guardando.

Nelle forme entomiche s’impiegano movimenti archetipici, che noi abbiamo studiato attentamente e rielaborato, prima partendo da alcuni “passi magici” della tradizione "yaqui" (come la farfalla o il ragno), poi da tecniche di Qi Gong cinese (come la mantide), da posture geroglifiche dell’Antico Egitto (lo scarabeo o l’ape) o anche dall'osservazione diretta di pazienti (lo scarafaggio o il millepiedi). Sono movimenti che, quando li eseguiamo, ci mettono in contatto con la parte di noi che entra in risonanza con quel particolare animale. Ciò ci aiuta a conoscere meglio noi stessi e a trovare un’armonia interiore.

Riallacciandoci a tradizioni antiche, abbiamo sviluppato una serie di tecniche, le “forme entomiche”. Ne sono state codificate 42, con diverse varianti. Si tratta di movimenti corporei che ci guidano ad imitare alcuni aspetti tipici dei vari invertebrati. Ogni singola forma esercita un effetto specifico su di noi, che può variare a seconda del tipo di personalità: ci può essere una “personalità ragno” anziché una “personalità scorpione” o una “personalità farfalla” e così via. Con l’esecuzione di questi esercizi, si riesce a rompere i condizionamenti sociali e a dissolvere certe fobie. Nel libro uscito da pochi mesi, intitolato “Entomia. Anime animali e trasformazione del Sé”, è presente una serie di “QR Code” con i quali si possono visualizzare i video delle varie forme.

Le forme entomiche possono essere realizzate in modo interattivo, attraverso esecuzioni in coppia e in gruppo. In questa maniera si consente al soggetto di confrontarsi con uno o più partner, condividendo il mutamento di prospettiva e l’acquisizione di nuovi modi di sentire e di vedere il mondo.

Ciascuna forma è correlata ad un particolare “elemento” (abisso, acqua, terra, fuoco, aria, etere) e ad un particolare “pianeta” (Saturno, Giove, Marte ecc.). In questo modo è possibile stabilire connessioni con altri tipi di trattamento complementare, quali la fitoterapia, la cromoterapia, le psicoterapie corporee e varie forme di  meditazione statica e dinamica.

Le 42 forme entomiche sono equiparabili, per il loro numero, ai 42 Giudici di Maat, divinità dell’Antico Egitto che presiedono al passaggio dalla realtà ordinaria ad una realtà separata.

Grazie alla collaborazione con Satyamo Hernandez, abbiamo trovato per ciascuna forma entomica i ritmi e le giuste musicalità. In questo modo è stato possibile elaborare una serie di coreografie, le danze entomiche, alcune delle quali saranno oggetto di rappresentazione più tardi su questo palcoscenico. Avremo modo, così, di confrontarci con gli sviluppi di questa disciplina che ha dato origine al “Teatro entomico” e alle “Coreografie cosmologiche”.

 

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